Quello che non fa e non è il Guerrilla Marketing

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Colgo l’occasione di un articolo apparso sul Dailymail (The dark arts of our restaurants) per dare alcuni spunti di cosa non è il Guerrilla Marketing per la ristorazione.

Nell’articolo di questione ci sono una serie di “trucchetti” che possono venire usati dal ristoratore per guadagnare di più alcuni dei quali potrebbero essere erroneamente assimilati a tecniche di Guerrilla.

Andiamone a vedere qualcuno.

  1. Manipolazione dei menu. Il giornalista sostiene che la scelta del cliente può essere “guidata” da tecniche di posizionamento che incentivino l’acquisto di quel piatto piuttosto che di un altro piatto. Inoltre si sostiene che il nome del piatto possa modificare il valore di scambio dell’articolo stesso a discapito di un valore d’uso di gran lunga inferiore.
  2. Menu del giorno utilizzato come strumento per vendere cibo non freschissimo.
  3. Acqua microfiltrata venduta come acqua di bottiglia.
  4. Vini venduti a prezzi decisamente superiori al mercato.
  5. Upselling “offrendo” l’aperitivo al cliente e poi addebitandolo in fattura oppure portando l’acqua senza che questa venga richiesta.

Evitando di analizzare tutte gli avvisi riportati sopra mi preme sottolineare una caratteristica fondamentale del Guerrilla Marketing:

  • il Guerrilla Marketing non è Marketing nascosto, con le sue tecniche non si ricerca il facile guadagno poichè questo generalmente produce il cosiddetto “rimorso del compratore“.
  • Il Guerrilla Marketing è “competenza comunicativa” per stabilire con il cliente un rapporto duraturo e profiquo.
  • Il Guerrilla Marketing VUOLE fortemente la soddisfazione del cliente, ora e sempre.

Per quanto riguarda il primo punto invece sono d’accordo sulla analisi approfondita del menu come strumento di vendita con tecniche quali il posizionamento, l’uso dei colori e la Sezione Aurea. (cose che verranno approfondite in seguito).

L’importante è sempre il mantenimento dell’obiettivo iniziale: la lealtà del cliente.

Cino Wang

 

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