Perdersi e ritrovarsi (articolo semi-serio sulla mindfulness e sulle connessioni)

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Arrivo il giorno prima al “residenziale” di Mindfulness. Cinque ore di auto e tocco la costa del lago Maggiore per raggiungere Casa Don Guanella, sapore di catechismo e pastina al brodo finto, come lo chiamava mia suocera. Arrivo due ore prima della cena prenotata con il gruppo con cui sto facendo il percorso che ci porterà ad essere conduttori di mindfulness. Tutti simpatici, tutti un po’ schizzati, conosciuti online ed in attesa di conferma sul terreno della vita reale.

Li vedo arrivare alla spicciolata ma io (maledizione!) ho una call e non posso salutarli. Strano, pensavo avrei sentito un po’ di più la distanza. D’altronde sono colleghi, psicologi, psicoterapeuti e via dicendo. Invece sento di voler spaccare lo smartphone per andare a salutarli.

Finisco la call e loro non ci sono più. Arriva D. rossa in viso come i suoi capelli, sudata e agitata (inizia bene la ragazza). Ci chiamiamo e sento l’irrefrenabile bisogno di abbracciarla anche se lei mi dice di essere fradicia. Non fa niente, l’abbraccio diventerà la cifra di questa esperienza. Finestrino rotto, aria condizionata non amata, con accento veneto mi racconta la disavventura.

Ci incontriamo con gli altri ed e la scena di ripete più o meno allo stesso modo. Si va a cena, un po’ di vino, ci sciogliamo ma ancora siamo nello spettro del cognitivo: filtriamo, pesiamo, andiamo giù di “sé condizionato”. Ci stiamo preparando per le due giornate che arriveranno.

Il residenziale per conduttori di Mindfulness si chiama: “Becoming Presence – un tempo evolutivo per lasciarsi essere e abitare il cambiamento”. Molti di noi sono alla prima esperienza nelle pratiche meditative, nel prestare attenzione al momento presente. Il percorso intrapreso è importante e ne abbiamo già fatto bella parte online ma non sapevamo bene quello che ci sarebbe accaduto.

La mattina è sempre un po’ stronza. Ti toglie il trucco ed il motore a freddo non funziona poi tanto bene. I filtri stile snapchat sono disabilitati, tanto vale sbracarsi e vedere cosa succede. Ognuno di noi lo fa a modo suo anche perchè il concetto di gruppo inizia a farsi concreto. Insieme a noi, al nostro gruppo, ci sono “loro”. In quel “loro” vi è tutta la forza del branco anche se in realtà sono discenti come noi ma che provengono da un altro ente. Non fa nulla, per noi sono “loro”.

La mattinata è nella sala grande tutti insieme. Nessuna pratica, si affina l’udito prima ascoltando dei suoni e scambiandoci le impressioni poi si ascoltano alcune melodie. Nella fattispecie cinque mi è stato detto. Io sono riuscito ad ascoltarne mezza poi la mia narcolessia non diagnosticata ha fatto il resto.

Ho visto sopra di me la Madonna ma in realtà era una docente che gentilmente mi svegliava. Maremma maiala, speriamo che non mi sia messo a russare.

“Mi hai sentito?” Chiedo a ML che da amica vera risponde “Ti hanno sentito tutti”. Grazie.

Nel pomeriggio inizia il cambiamento.

Quattro ore di pratiche: centratura, body scanning, meditazione guidata, camminata consapevole. Il conduttore è bravo e noi lo siamo altrettanto. Iniziamo veramente a scavare, a togliere strati di sovrastruttura, a “stare”. Più siamo bravi con noi stessi, più quel senso di connettività diventa profondo ed intimo. Riusciamo comunque a non perderci nel contagio emotivo, in fondo siamo tutti professionisti.

Finita la prima giornata il clima è cambiato. Ognuno di noi ha accolto le pratiche individualmente ma siamo diventati “umanità” con entanglement oramai evidente. Il giorno dopo sperimentiamo con le pratiche la distanza esistente nello spazio ma irrilevante nel pensiero. Questa forza misteriosa ci porta al contato, al “tocchicciamento”, all’amalgama. Ogni compagno ogni compagna lascia sbrachi giganteschi ad ogni frase nella mia struttura atomica.

La consapevolezza e la ricostruzione passa dal gruppo, si fa gruppo, diventa mindfulness compiuta.

La sera si riparte, abbracci, serenità e tanta gentilezza. Mi fermo a mangiare verso Bologna in un bel ristorantino, alla fine chiedo di salutare chi ha cucinato per me. Vedo nei loro occhi sorpresa e gioia. La gratitudine va donata a chi ci dona qualcosa. Bello o brutto, l’importante è stare.

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