Repubblica e il “Piano B”: solo un altro fallimento

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Piano B, la storia di Alessandro: “dopo 34 anni alle Poste ho detto basta. Ora vivo in mezzo alla natura”

Piano B, la storia di Francesca: “Ero una persona invisibile. Poi ho trovato la mia strada, ho lasciato il posto fisso ed è cambiato tutto”

Tutto bello anzi bellissimo.

Io (tu, noi, loro) che vivo come un roditore occupato a girare la tanto nominata ruotina ho ancora la speranza di rinfrancarmi da questa vita un po’ scialba quando va bene. Triste quando va peggio. Angosciante quando c’è lo zampino della patologia.

Finalmente posso abbracciare il cambiamento di qualcuno identico a me che ci è riuscito. Qualcuno che mi ha indicato la strada. Un “si può fare!” che non è più una battuta del genio di Mel Brooks ma diventa un modo di essere, di vivere e di cambiare.

Ecco, la parola chiave di questa filosofia da bar l’abbiamo ben individuata: “cambiamento”.

Ognuno di noi può esserne parte, possiamo liberarci e librarci allo stesso tempo.

Tutto bello anzi bellissimo.

“Sul volto perfetto e come imbalsamato dell’altro (a tal punto esso mi affascina), scorgo tutt’a un tratto un punto di corruzione. Questo punto è minuscolo: un gesto, una parola, un oggetto, un vestito, qualcosa d’insolito che emerge (che prende risalto) da una regione di cui non avevo mai sospettato l’esistenza, e che bruscamente unisce l’oggetto amato a un mondo piatto. L’altro, di cui devotamente lodavo l’eleganza e l’originalità, sarebbe dunque volgare? Egli fa un gesto ed ecco che in lui si disvela un’altra razza. Sono “sbigottito”: avverto un controritmo: qualcosa come una sincope nella bella frase dell’essere amato, il rumore di uno strappo nel liscio involucro dell’Immagine.” Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso.

Ecco d’un tratto scorgere un’imperfezione nel ragionamento. Una distonia come una smorfia di disgusto, un “qualcosa” che non torna. Non riesco a stringere questa entità che pesa nella bellezza inconsapevole della speranza.

Mi sforzo, mi fermo, ragiono e trovo.

“Cambiamento”, concetto abusato e distorto. Vi rivelo un segreto: noi tutti siamo in perenne cambiamento. Anche quando siamo in mutande, stravaccati sul divano a guardare serie Netflix cui non frega una sega a nessuno, divorando qualsiasi cosa sia dannosa per la nostra salute. Stiamo “cambiando” e cosa ancora più incredibile, stiamo cambiando la realtà che ci circonda sulla quale abbiamo una briciola di controllo.

“Cambiare verso che cosa?” Ma verso il successo, bontà divina, verso cos’altro sennò?!

Ed anche “successo” è un concetto abusato e distorto. Oltre all’associazione della parola a concetti lontani eoni gli uni con gli altri (successo = soldi, successo = lusso, successo = potere, successo = riconoscimento, successo = likes, successo = pace interiore, successo = bellezza e potrei continuare all’infinito) si tende a legare questa idea ad un punto di arrivo che per sua natura matematica è un punto. Cazzo, un qualcosa di fermo, immobile, definitivo!

Nulla è definitivo e nulla è meno definitivo del “successo” in quanto tale. Ci stanno prendendo per i fondelli.

Ed anche quando la nostra capacità atavica di individuare le dissonanze ci tende la mano, questa narrazione tossica, oltre ogni ragionevole dubbio, ci agguata e ci riporta all’ovile.

La storia di Margherita: “Il mio Piano B ha fallito: per nove anni ho fatto un lavoro che non amavo. Ma ho cambiato di nuovo vita e finalmente sono felice”

C’è un prima: stavo di merda e ho cambiato. (Vedi? Ce la puoi fare!)

Un durante: sono stata ancora più di merda di prima. (Ecco, mi sembrava che qualcosa non tornasse)

Un arrivo: ora si che ho raggiunto la felicità. (Non c’ho capito una sega. Allora posso continuare a sperare)

Complicata la vita. Ma anche simpatica a volte.

Forse, ma dico forse, vale la pena di provarci. Di abbracciare il “qui ed ora”. Seguire il flusso, accettare il “nulla” prima ed il “nulla” dopo cercando di cavarcela “durante” cambiando le pochissime cose che possiamo cambiare, rendendo il “fallimento” una costante positiva della nostra esistenza.

“Dando per assodato il primo comandamento del pessimista («Nel dubbio, aspettati il peggio»), non verrete mai colti di sorpresa. Qualsiasi cosa si presenti sul vostro cammino, per quanto negativa, non vi farà mai perdere equilibrio. Per questo motivo, chi affronta la prossimità al nulla a occhi aperti riesce a vivere una vita caratterizzata da serenità e autocontrollo, e raramente avrà di che lamentarsi. Il peggio che potrà capitargli è esattamente ciò che si aspettava. E, soprattutto, guardare in faccia la realtà ci permette di liberarci, con una certa dignità, da quel groviglio che è l’umana esistenza. La vita è una malattia cronica e che crea dipendenza, e noi abbiamo disperatamente bisogno di una cura.” Elogio del fallimento, Costica Bradatan.

Il noto quotidiano, con le storie del piano B, adotta una narrazione tossica al pari di una pubblicità della “Lotteria Italia” o degli advertising dei fuffaguru “da 0 a 100k in 30 giorni”.

Rettifico. La narrazione tossica della Repubblica è peggio.

Se leggo che qualcuno mi promette la terra promessa, sia essa costituita da fama e ricchezza o dalla vita eterna, posso avere o recuperare gli strumenti per ragionarci e fermarmi. Oppure sbaglio ma il risultato è lo stesso: alla fine lo capisco che mi prometteva di guadagnare “senza competenze, senza investimenti in tempo 0” sparava minchiate.

Invece se leggo ogni settimana che qualcuno c’è riuscito allora mi rinfranco e continuo a sgobbare non respirando il presente ma sperando al futuro. Un futuro fatto di successi.

Successi che non arriveranno mai ma la cui chimera ci permetterà di vivere in una bolla. In una vita/non vita che andrà benissimo per chi tira i fili.

Pillola rossa o pillola blu?

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